A Kabul non arriva la Primavera

Festa delle donne inAfghanistan dove si lotta per restare vive

A Kabul non arriva la Primavera

BEN 1500 DONNE, ARRIVATE NELLA SALA DI UN HOTEL DIKABUL, DATUTTELE PROVINCEAFGHANE, CONOGNI MEZZO. ATTIVISTE E CITTADINE COMUNI, CHE SI STRINGONO, UNA ACCANTO ALL’ALTRA, CHE ASCOLTANO COMMOSSE, si abbracciano, condividono una giornata e un impegno per il futuro. Ci sono anche ibambini, nelle prime file, e molti uomini, al loro fianco.

Da festeggiare c’è poco. L’8marzo a Kabul, ha un forte significato di lotta e di denuncia perHambastagi, il Partito della Solidarietà, che ha organizzato venerdì scorso, un grande evento nellacapitale.

E non potrebbe essere altrimenti date le condizioni di violenza e ingiustizia in cui è costretta a vivere lamaggior parte delle donne afghane.

Un evento molto impegnativo per un partito con pochimezzi, che conta solo sui suoi aderenti e sulsostegno di movimenti democratici occidentali, che raggiunge nel paese più di 30.000 iscritti.

Poco conosciuto suimedia occidentali, il Partito di sinistra, fondato nel 2004, si batte controogni forma di fondamentalismo islamico, control’occupazione straniera e per una democrazia laica che garantisca diritti a tutti, specialmente alle donne. Valori difficili da affermare, oggi, in Afghanistan.

Le intimidazioni, da parte dei partiti islamisti, ricevute daimilitanti, non si contano. Nelmaggio dell’anno scorso,Hambastagi era statominacciato di scioglimento dal governo Karzai e accusatodi insulto alla jihad, per aver organizzato unamanifestazione,molto partecipata, che chiedeva giustizia per le vittime della guerra civile (‘92/’96) ela deposizione dei criminali di guerra che ricoprono incarichi istituzionali. La solidarietà internazionale di partiti progressisti e organizzazioniumanitarie, ha convinto il governo a fare marciaindietro.

Ma organizzare questo evento era, comunque, una grande sfida. «È nostro dovere, oggi, far sentire la vera voce delle donne afghane edire la verità sugli infiniti soprusi che devono subire e sui lororesponsabili», dice Saman Basir, combattiva leader dell’ala femminile del Partito.Èstato un successo al di là delle aspettative degli organizzatori. Un programma ricco, intenso e moltochiaro:messaggi politici, da ogni parte del Paese, in farsi e pashtun, confronti, musica, poesia, teatro.

La colonna sonora è stata affidata al gruppo «Morcha», ossia «le formiche», musica pop-rock E parole forti contro l’occupazione, i signori della guerra e il loro governo. Il gruppo, sempre piùpopolare tra i giovani, rischia di essere bandito dal Paese proprio per il significato politico dellesue canzoni. 30 anni di guerra e occupazione sono stati messi in scena, in una suggestiva sintesi, da un gruppo teatrale di donne. È Saman a spiegarci il messaggio politico di questa importante giornata.

«Non è vero, come sbandiera la propaganda Usa, che la condizione delle donne sia mi gliorata sensibilmente negli 11 anni di occupazione.

In realtà i vantaggi ottenuti riguardano una minima parte delle afghane e solo nelle grandicittà.Nelle zone rurali la situazione è disastrosa.

I diritti delle donne sono solo una carta da giocare per interessi politici, la scusa per rimanere in Afghanistan».

Un Paese che è diventato, come dice Saman, una prigione per le donne. La violenza domestica colpisce, secondo gli ultimi dati, il 90% della popolazione femminile, ragazze e donne sono quotidianamente vittime di aggressioni sessuali, vendute e scambiate in matrimonio, ancora bambine, non hanno accesso all’istruzione, alla giustizia, alle cure mediche, all’assistenza al parto. Le autoimmolazioni sono state 2300 nel 2011.

A tutto questo si aggiunge, racconta Saman, un nuovo fenomeno,molto preoccupante.Continuano ad aumentare rapimenti e stupri di ragazzine da parte di gang e gruppi armati al servizio dei comandanti locali, legati ai warlords al governo.

Una violenza che può trasformarsi in una condanna a morte, dove la sharìa detta legge. I «delittid’onoreÄsono spesso la tappa finale di queste tragiche storie. Sono le famiglie stesse a spegnerenel silenzio la vita delle vittime o a spingerle al suicidio, per cancellare la vergogna che si portano dietro.

Da dove parte questa catena di ferocia? «Conl’occupazione straniera - , afferma Saman . è tornata al potere la maledizione dei “Signori della Guerra”»: warlordsmedievali, irremovibili nel loro rifiuto di ogni processo democratico e nella negazione delle libertà civili e dei diritti delle donne, come i Talibani che hanno sostituito.

Gli afghani li conoscono bene per i crimini commessi, soprattutto contro le donne, durante laguerra civile (‘92/’96’). Affidare a loro il governo del Paese e l’applicazione di leggi democratiche èstato catastrofico. In questi anni sono diventati sempre più ricchi e potenti, saccheggiando imilioni di dollari piovuti sul Paese e gestendo la giustizia con leggi tribali. Così l’Afghanistan è il secondo Paese almondo per corruzione, ilmaggior produttore mondiale di oppio (90%), il più pericoloso per le donne, con un’altissima impunità per idelitti commessi contro di loro e la più altamortalitàmaterna.

Il «sistema» deiwarlords, ha devastato la vita delle donne, che diventa ancora più drammatica nelle zone sotto il controllo talebano. Mentre la popolazione civile paga il prezzo più alto dei loro feroci attacchi: il 77%, dei 3021 morti del 2011, sono opera loro. Non è un gran risultato dopo 11 anni di combattimenti incessanti, di cui donne e bambini sono le vittime più frequenti.

Gli interventi che si susseguono sul palco ribadiscono la ferma convinzione che nessuna occupazione straniera potrà mai portare libertà ediritti.

I diritti delle donne non sono un «regalo» né una merce di scambio sul tavolo delle trattative politiche. Sono una conquista.Di questo le donne diHambastagi sono fermamente convinte, perquesto lavorano soprattutto nel campo dell’istruzione femminile. «Le nostre donne potranno ottenere eguali diritti e cambiare le loro condizioni divita solo se combatteranno loro stesse in prima persona, insieme. I diritti di cui godono oggi le donne negli altri paesi sono il frutto di decenni di lotte. Sono queste le sole conquiste stabili e difendibili. Solo gli afghani possono liberare l’Afghanistan, e solo se saranno uniti».

Ci vorràmolto tempo, ma il Partito della Solidarietà coltiva la speranza di una «primavera afghana» e lavora per questo.Un sogno condiviso dalle centinaia di donne presenti in questo 8 marzo di Kabul.

I'Unita, mercoledì 13 marzo 2013