Afghanistan: brutale repressione di una protesta pacifica

AFGHANISTAN: BRUTALE REPRESSIONE DI UNA PROTESTA PACIFICA

“Le autorità afghane dovrebbero indagare gli arresti e le torture inflitte a pacifici manifestanti da parte delle forze di sicurezza a Kabul”, così ha dichiarato oggi Human Rights Watch. “Gli abusi sono stati effettuati per mettere a tacere ogni forma di pubblico dissenso contro il governo.”

Il 2 maggio 2013, centinaia di persone hanno partecipato ad una manifestazione nel quartiere del Cinema Pamir di Kabul, organizzata dal Partito della Solidarietà dell’Afghanistan, per protestare contro il fallimento del governo nel perseguire gli abusi dei signori della guerra, compresi quelli che sono ora al governo. Le forze di sicurezza hanno cercato di fermare la manifestazione – che pure era autorizzata – e hanno arrestato almeno nove persone. Sei di loro, come è stato appurato da Human Rights Watch, sono stati trattenuti in prigione per tre giorni, sono stati duramente picchiati con pugni, calci, e calci di fucile, mentre venivano interrogati sugli organizzatori della protesta.

«L’arresto e il brutale pestaggio di manifestanti pacifici è stato fatto per dissuadere tutti gli afgani dal criticare pubblicamente il governo»,

ha detto Brad Adams, direttore della sezione Asia di Human Rights Watch. “Il Presidente Karzai dovrebbe ordinare un’immediata indagine su quanto è successo e punire tutti i responsabili per questi abusi”.

Le sei persone intervistate da Human Rights Watch hanno detto che gran parte del loro maltrattamento si è verificato durante il trasporto in prigione, subito dopo l’arresto, e mentre erano ammanettati. Human Rights Watch ha osservato che le lesioni fisiche sono coerenti con quanto denunciato dai detenuti, compresi i lividi e il gonfiore. Due di loro sono stati seriamente feriti: a uno di loro è stato rotto un ginocchio con il calcio del fucile e sarà necessario un intervento chirurgico. Vari detenuti hanno riferito la confisca di quanto possedevano. Tutti sono stati rilasciati senza ALCUNA ACCUSA PENALE.

Human Rights Watch ha chiesto informazioni sulle azioni delle forze di sicurezza al Ministero dell’interno, ma non ha ricevuto alcuna risposta.

Il Ministero degli Interni ha infatti autorizzato in un primo momento lo svolgimento della manifestazione del 2 maggio, ma poi le forze di sicurezza hanno obbligato i residenti e gli imprenditori locali a lasciare la zona interessata dalla manifestazione e hanno rifiutato l’accesso a diverse centinaia di manifestanti.

Una giornalista ha anche denunciato a Human Rights Watch che le forze di sicurezza le hanno impedito di fare interviste e svolgere il suo lavoro.

Hambastagi, Solidarity Party of Afghanistan, è un partito politico legalmente riconosciuto fin dal 2004, ha subito in precedenza violenza e repressione da parte del governo. Pur non presentandosi alle elezioni, ha una posizione molto precisa su temi controversi, ha organizzato manifestazioni di protesta contro la presenza USA e NATO in Afghanistan, contro l’esecuzione di afgani in Iran e le vittime civili delle forze internazionali. Sono fortemente schierati a favore dei diritti delle donne e contro i talebani.

Il 2 maggio la protesta era incentrata sugli ex mujaheddin, che ricoprono ora incarichi di governo, e che hanno commesso numerose atrocità nel passato. La data scelta infatti, è quella del 20° anniversario dell’ingresso dei mujaheddin a Kabul, una festa nazionale in Afghanistan che celebra la vittoria contro i sovietici, il 28 aprile 1992.

Hambastagi definisce il 28 aprile 1992 una “calamità”, citando la distruzione e gli abusi dei diritti umani commessi sia dai sovietici che dai mujaheddin. I manifestanti recavano le foto di coloro che accusano di abusi dei diritti umani con le facce barrate di vernice rossa.

Dopo un’analoga protesta di Hambastagi nel 2012, era stato richiesto lo scioglimento del Partito. Solo dopo un comunicato di Human Rights Watch e la mobilitazione internazionale, un portavoce del Presidente Hamid Karzai ha chiarito che il partito non sarebbe stato sospeso.

Human Rights Watch ha documentato anche altre minacce contro la libertà di parola in Afghanistan, incluse le maggiori restrizioni sulla libertà di stampa e un numero crescente di giornalisti indagati e arrestati.

“La brutale risposta del governo alla protesta del 2 maggio è uno dei maggiori segnali di pericolo, in vista delle elezioni presidenziali del 2014″ ha dichiarato Adams.

Human Rights Watch, 7 maggio 2013